“Harry Potter” contro la violenza sulle donne: una battaglia comune a Maghi e Babbani.

Il venticinque novembre di ogni anno ricorre la Giornata Contro la Violenza sulle Donne. Questo articolo è scaturito dalla nostra volontà di dare il nostro contributo, seppur minimo, a una battaglia giusta e nobile che rimane una delle più importanti e urgenti da combattere nella società moderna.

Parlare di violenza sulle donne non è affatto semplice, in quanto è un argomento delicato e vastissimo. Tante personalità influenti si sono schierate contro l’abuso femminile, usando le arti come mezzo di espressione per sensibilizzare le masse. Tra queste personalità, troviamo ovviamente J.K. Rowling, che prima di diventare una vera e propria attivista, ha raccontato di donne vittime di violenza proprio nella saga di Harry Potter.

Sia Eileen Prince che Merope Gaunt, entrambe madri, rispettivamente del controverso insegnante di pozioni Severus Piton e di Lord Voldemort, sono state dipinte dalla Rowling come vittime di odio misogino.

È proprio dai ricordi di un Severus ormai adulto che apprendiamo che al padre non magico “la magia non piace” e che per questo lui e la moglie litigano violentemente. Sappiamo poi che Tobias Piton diventa alcolizzato dopo aver perso il lavoro e, come molto spesso accade, il figlio diventa più volte testimone dei suoi scatti d’ira contro la madre. Eileen, pur avendo dalla sua parte poteri che il marito non potrebbe mai eguagliare, è così disperata e impaurita da non riuscire a farsi forza utilizzandoli per sfuggirgli.

Merope Gaunt, un personaggio di cui molti ignorano addirittura l’esistenza, ci permette di ampliare il quadro. Viene menzionata per la prima volta in Harry Potter e il Principe Mezzosangue, quando il protagonista ha l’occasione di dare un’occhiata alla vita della giovane donna attraverso lo sguardo di Bob Ogden, un Mago che in passato ha lavorato all’Ufficio Applicazione della Legge sulla Magia.

“Harry si accorse che c’era qualcun altro nella stanza, una ragazza dal lacero abito grigio, dello stesso colore del sudicio muro di pietra dietro di lei. [ … ] Aveva i capelli flosci e sbiaditi e una faccia brutta, pallida dall’ossatura grossa. I suoi occhi come quelli del fratello, guardavano in direzioni diverse. Sembrava un po’ più pulita dei due uomini, ma Harry non aveva mai visto una persona dall’aria così sconfitta.”

Merope, assoggettata ad un padre fiero purosanguista, reprime e cela per lungo tempo il suo amore sfrenato per un bello e giovane Babbano del suo villaggio. La discendente diretta di Salazar Serpeverde dovrebbe necessariamente sposare una persona degna del suo sangue puro ( e quindi, probabilmente, un parente ) o verrebbe marchiata come traditrice del proprio sangue e di conseguenza diseredata ( come avverrà successivamente nella famiglia Black ).

Merope tenta di reprimere i suoi sentimenti contrastanti, divisa tra l’amore che prova nei confronti di Tom Riddle Senior, il disprezzo verso se stessa e il senso di colpa dovuto alla consapevolezza di star tradendo la volontà del padre-padrone, che inevitabilmente la renderebbe oggetto di sofferenza in caso scoprisse cosa sta succedendo. È una situazione di una forte arretratezza e chiusura mentale, quella in cui cresce Merope, terrorizzata da un’eventuale reazione del padre che, ossessionato dalla purezza di sangue, sarebbe disposto ad accettare esclusivamente un matrimonio consanguineo, come da tradizione familiare. Infatti, a proposito della famiglia Gaunt, Silente informa Harry che:

“Orvoloson, suo figlio Orfin e sua figlia Merope erano gli ultimi dei Gaunt, una famiglia magica molto antica nota per una vena di squilibrio e violenza che fiorì attraverso le generazioni a causa della loro abitudine di sposarsi tra cugini.”

In effetti presentano sia evidenti difetti fisici sia, nel caso di Orfin, deficit mentali.

“[…] Lui (Orvoloson) finì nello squallore e nella miseria con un carattere pessimo, una straordinaria dose di arroganza e orgoglio, e un paio di cimeli di famiglia che aveva cari quanto suo figlio, e parecchio più di sua figlia.” ( Silente, in Harry Potter e il Principe Mezzosangue ).

Persino Orfin è assoggettato al padre, per quanto non subisca l’odio e le umiliazioni che sua sorella è costretta a patire. Egli, accorgendosi del debole della sorella per il figlio del signorotto del paese, reagisce attaccandolo con una fattura urticante e violando una delle leggi più importanti dello statuto della comunità magica. Pertanto Bob Ogden, allora a capo della Squadra Speciale Magica, si reca di persona a casa dei Gaunt, al fine di notificare allo zio di Voldemort un mandato di comparizione al Ministero per un’udienza. Il presuntuoso Orvoloson, a causa del suo cognome, trova inaccettabile una tale richiesta e la discussione che segue degenera in Serpentese, una lingua in cui sanno discorrere i tre eredi di Serpeverde e di cui Ogden non comprende un solo sibilo. Dopo aver scoperto il reale motivo per cui Orfin ha attaccato il Babbano, Orvoloson si avventa sulla figlia accusandola di essere una “disgustosa piccola Magonò, traditrice del suo sangue”. Ma dividere i due non è sufficiente a causa della presenza di Orfin, mentalmente instabile e violento. Dunque Ogden chiama i rinforzi con i quali torna qualche minuto dopo. Orvoloson e Orfin vengono arrestati e successivamente condannati rispettivamente a sei mesi e tre anni di reclusione ad Azkaban.

La condizione delicata di Merope la porta ad essere succube del padre e del fratello. Crescere in una situazione di svantaggio economico e sociale, senza prospettive, limitata ai confini della realtà domestica, la spinge a rimanere soggiogata alla volontà paterne. La tragicità della sua vicenda è mirata a suscitare nel lettore sgomento e dispiacere e, non in ultimo, a rendere plausibile l’anaffettività di Lord Voldemort. Sebbene anche Harry cresca senza genitori, nell’arco della sua esistenza sofferta ha la possibilità di conoscere diversi tipi di amore e la fortuna di ricevere il sostegno di amici veri. Il percorso di vita del protagonista rassomiglia a quello di Voldemort in più punti, eppure il ragazzo supera le prove che gli si pongono di fronte, compiendo le scelte giuste. Il tema della scelta è ricorrente nella saga e, nella Camera dei Segreti, assume un ruolo particolarmente rilevante, sottolineato da Silente con la sua famosa citazione:

“Non sono le nostre capacità che dimostrano chi siamo davvero, sono le nostre scelte.”

In questo caso, Merope decide di fuggire con un Babbano per vivere nell’illusione di un amore vero, una decisione resa difficile dal fatto che l’abbia potuta compiere esclusivamente dopo essere stata liberata del padre e del fratello a dir poco oppressivi. Merope, benché sia un’adulta, non è una donna libera di disporre a proprio piacimento della sua stessa vita e non riesce a fuggire, malgrado sia in costante pericolo di vita.

Probabilmente anche Eileen Prince subiva violenze domestiche anche in presenza del figlio, ancora bambino, che rimarrà segnato a vita dal comportamento del padre Babbano nei confronti della madre. Ella non è in condizioni di allontanarsi dal marito e, come Merope, non può fare a meno di rimanere nella casa di famiglia. Quest’ultima vive quello che dal proprio punto di vista sembra essere un vero e proprio colpo di fortuna, ovvero un intervento esterno al proprio mondo ristretto, che interviene per allontanare da lei i suoi aguzzini, rendendola libera per la prima volta nella sua vita.

Un fattore che accomuna Orvoloson e Tobias è il timore dell’ignoto: Orvoloson gode della sottomissione e dell’asservimento totale della figlia al proprio volere e di conseguenza è contrariato all’idea di una sua potenziale ribellione. Questo lo spinge ad assumere comportamenti violenti nei suoi confronti, i quali, oltre a indebolire i poteri della ragazza, le provocano un blocco psicologico che le impedisce di reagire in alcun modo. Infatti rimane del tutto passiva davanti alle invettive e alle violenze dirette del padre. D’altro canto, Tobias Piton si sente umiliato e spaventato dalla natura magica della moglie, fatto di cui non era venuto a conoscenza prima del matrimonio. Essendo un Babbano, egli non conosce la magia e, piuttosto che manifestarsi incuriosito ( come per esempio Jacob Kowalski nel film Animali Fantastici e Dove Trovarli ), ne è intimorito. Entrambi gli uomini sono spaventati dalla potenziale capacità di sopraffazione di cui queste donne si potrebbero servire per affermarsi, senza necessariamente dover prevaricare. Le violenze si sviluppano in modo più marcato proprio in periodi in cui Orvoloson e Tobias si sentono particolarmente insicuri. Infatti il primo vive in una situazione di rovina finanziaria e ha perso il rispetto derivato dal lustro della sua famiglia, senza alcun dubbio irrecuperabile tramite il merito; il secondo è rimasto disoccupato da poco e si è abbandonato all’alcol, che porta a squilibri comportamentali fino ad alterare la personalità di chi ne abusa. Perciò è possibile che Eileen celi la verità sulla sua condizione al suo amato per timore di perderlo, ma che, ad un certo punto, voglia renderlo noto, soprattutto da momento che il figlio ha ereditato i suoi poteri. È plausibile che Tobias si senta schiacciato dal peso delle proprie responsabilità sociali e familiari e che reagisca nel peggiore dei modi ad una novità per lui incomprensibile. Questo ci porta a una conclusione tanto ovvia quanto universale: la paura tira sempre fuori il peggio di noi. Quando, invece di abbracciare e trarre ricchezza dalla diversità, lasciamo che essa ci spaventi, la nostra umanità si annulla e agiamo come primitivi, assecondando solamente il nostro istinto di sopravvivenza, che spinge molti di noi a reprimere e segregare ciò che percepiamo come “diverso”.

Mentre sappiamo che Merope viene lasciata dal marito ed è costretta a portare avanti una gravidanza da sola per poi morire di parto decidendo di dare al figlio il nome del padre Babbano, non conosciamo il destino di Eileen, anche se sicuramente Piton da adulto ha già perso entrambi i genitori. Fornendo un solido background al professore e a Voldemort, la Rowling inserisce tematiche dolorose e difficili da trattare all’interno di un contesto sociale che rimane profondamente distante dal nostro solo in apparenza.

La violenza sulle donne è un crimine imperdonabile. Esistono molti tipi di violenza, tra cui quella fisica, quella psicologica e quella verbale, e ormai siamo testimoni di talmente tanti abusi che non riusciamo neanche più a riconoscerli tutti. Tante, troppe volte si viene a conoscenza di donne impotenti che subiscono, senza riuscire a parlarne, gli umori violenti del loro compagno. All’inizio queste situazioni sembrano derivare da momenti particolarmente stressanti, e vengono classificate come passeggere, ma poi gli abusi continuano, si fanno sempre più persistenti e i lividi sono sempre più difficili da nascondere. Nonostante ciò, spesso la realtà è troppo dolorosa da accettare e le donne si crogiolano nel ricordo di tempi più felici in cui il loro carnefice dichiarava tutto il suo imperituro amore. Troppo spesso non hanno la forza di accettare che tutto è cambiato e nei casi peggiori trovano perfino una giustificazione per i comportamenti meschini del compagno.

Tuttavia, parlare di questo tipo di maltrattamenti è solamente cominciare a grattare la superficie. La violenza sulle donne non è solo negli assalti sessuali o nelle percosse, che possono essere perpetrati da fidanzati, parenti, datori di lavoro o completi sconosciuti; ci sono delle forme di abusi che sono quasi socialmente accettati, come fischiare a una donna che cammina per strada o dare della “troia” a una ragazza che posta un selfie su Facebook. Le donne stesse compiono violenze su altre donne, e questo è forse il tipo di violenza peggiore e anche quello più difficile da individuare. Nel nostro piccolo, quello che vogliamo fare è ribadire un concetto fondamentale: l’importanza di non stare in silenzio, di non vergognarsi, di non incolpare noi stesse. Non meritiamo lividi, così come non meritiamo insulti o provocazioni di qualsiasi tipo. Non meritiamo di sentirci a disagio o umiliate a causa della nostra sessualità. Da sempre classificate come il “sesso debole”, non siamo mai state deboli. Non vergogniamoci di quello che siamo, di quello che proviamo o di quello che subiamo. Finché ci sarà qualcuno a schierarsi rompendo il silenzio e altre persone disposte ad ascoltare e agire per fermare le prevaricazioni, la nostra battaglia che dura da millenni non sarà mai combattuta invano.

Dafne Matsu, Shiori Lily Chiara e Greta Zaltieri

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